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Ziggurat di Ur

circa 2100 a.C. Ur, Mesopotamia (oggi Iraq)

In breve

Il re Ur-Nammu fece costruire a Ur una ziggurat, una montagna artificiale a terrazze dedicata al dio della Luna, Nanna. Il cuore era di mattoni crudi, coperto da uno strato di mattoni cotti uniti col bitume per resistere alla pioggia. Grandi scalinate salivano fino al tempietto in cima, dove potevano entrare solo i sacerdoti. La base, restaurata nel Novecento, si vede ancora nel sud dell'Iraq.

Perché è importante Le ziggurat erano il segno più visibile del legame tra una città e i suoi dèi.

Fonte: Encyclopaedia Britannica, «Ziggurat»

Illustrazione: Ziggurat di Ur (Ur, Mesopotamia (oggi Iraq))
Illustrazione creata con l'IA per Storiascopio
Ziggurat di Ur: Ur, Mesopotamia (oggi Iraq)
Dove: Ur, Mesopotamia (oggi Iraq)

Scheda per studiare circa 5 minuti di lettura

Il racconto

Una montagna di mattoni nella pianura

Chi arrivava a Ur, quattromila anni fa, vedeva da lontano qualcosa che non somigliava a niente altro nella pianura piatta della Mesopotamia: una torre a terrazze, scura alla base e chiara in alto, con tre scalinate che si incontravano a metà altezza e poi salivano insieme fino a un piccolo tempio in cima. Era la ziggurat di Ur, che il re Ur-Nammu aveva fatto iniziare (il figlio Shulgi la completò) e dedicato al dio Luna Nanna, signore della città. Il suo nome sumero, Etemennigur, si traduce di solito «casa il cui fondamento fa tremare».

La parola «ziggurat» viene dall'accadico ziqqurratu e significa «cima, punta»: era una montagna artificiale. La pianura mesopotamica non ha monti, e si pensa che questi edifici ricordassero le montagne dove, secondo la tradizione, abitavano gli dèi. Più in alto il tempio, più vicino il cielo.

Come era fatta

Ur-Nammu regnò circa dal 2112 al 2095 a.C. e fu il fondatore della Terza dinastia di Ur, quando le città del sud tornarono unite dopo la caduta dell'impero accadico. Fece costruire o ricostruire templi in tutto il paese, e la ziggurat di Ur è l'opera più importante. Il suo corpo era un blocco di mattoni crudi, alto forse trenta metri, con una base rettangolare di circa 64 per 45 metri. Fuori, per proteggerlo dalla pioggia e dal sole, fu rivestito con uno spesso strato di mattoni cotti uniti con il bitume. Si calcola che i mattoni cotti fossero centinaia di migliaia, e su molti c'è il timbro con il nome del re.

Nella parete furono lasciati dei fori per far uscire l'acqua che si infiltrava dal muro. Tre scalinate, ciascuna di cento gradini, partivano dalla base e si ricongiungevano su un portale a metà altezza, per poi salire insieme fino a una terrazza alta. Sopra, un tempietto ospitava il dio. Gli studiosi pensano che tre piani si susseguissero uno sull'altro, ma non possono dire con sicurezza come fosse la cima, perché è andata perduta.

Una casa per il dio, non una chiesa

Capire a cosa servisse una ziggurat non è facile, perché oggi pensiamo ai templi come luoghi dove i fedeli si riuniscono. Non era così. La ziggurat era la casa del dio, non un luogo per tutti. Alla gente comune era vietato salire. Solo i sacerdoti potevano arrivare in cima, per portare le offerte, prendersi cura della statua e compiere le cerimonie. I fedeli si fermavano alla base, nel cortile, dove c'erano magazzini, cucine e laboratori. Il tempio possedeva campi e greggi, dava lavoro a centinaia di persone e distribuiva razioni. Era, insieme, un luogo religioso e un'azienda.

Le sorprese dell'archeologia

La ziggurat di Ur fu individuata già nel 1853-1854 da un console inglese, John Taylor, che vi trovò dei cilindri di argilla con scritte in cuneiforme. Ma fu Leonard Woolley, tra il 1922 e il 1934, a scavarla e a capire come era fatta. Nel cortile accanto trovò i resti di un edificio che sembra essere un piccolo museo: una raccolta di oggetti più antichi con cartellini in tre lingue, dell'epoca della principessa Ennigaldi-Nanna, figlia dell'ultimo re babilonese, Nabonide (VI secolo a.C.). Se l'interpretazione di Woolley è giusta, è il più antico museo conosciuto. Però alcuni studiosi la ritengono incerta.

Negli anni Ottanta del Novecento il governo iracheno ricostruì la parte bassa e la scalinata centrale, in modo che oggi si possa vedere com'era in parte. Nel 2021 papa Francesco vi tenne un incontro con i rappresentanti delle religioni, perché secondo la tradizione biblica Ur è la città di Abramo (Ur dei Caldei). Questa identificazione è tradizionale, non provata.

Le ziggurat e la Torre di Babele

Ur non fu l'unica. Se ne contano oltre venti in Mesopotamia e in Iran, tra cui l'Etemenanki di Babilonia, la torre che alcuni studiosi collegano al racconto biblico della Torre di Babele. Quella di Ur è però la meglio conservata e la più nota. Dopo di Ur-Nammu fu restaurata più volte, fino a Nabonide, nel VI secolo a.C., poi l'Eufrate cambiò corso, la città perse acqua e commerci, e fu abbandonata.

Perché successe

La causa più immediata fu la religione. Gli abitanti della Mesopotamia credevano che ogni città appartenesse a un dio e che gli uomini fossero stati creati per servirlo. Per questo il tempio doveva essere alto, ben visibile e il più bello possibile. La ziggurat era la sua casa.

Poi c'era la politica. Dopo la caduta dell'impero accadico, il paese era diviso, e Ur-Nammu voleva dimostrare di essere il re scelto dagli dèi per riunirlo. Costruire grandi templi in tutte le città era un modo di mostrare forza e di ottenere il consenso dei sacerdoti. Ur-Nammu è anche ricordato per il più antico codice di leggi che ci sia arrivato, scritto in sumero.

Infine c'era il materiale. In Mesopotamia mancava la pietra, ma abbondavano il fango e il bitume (che affiora in alcune zone). I mattoni crudi erano economici e facili da fare, e quelli cotti e legati con il bitume servivano a proteggere il nucleo dalla pioggia. L'ambiente indicò la soluzione tecnica.

Cosa cambiò

La ziggurat fu il simbolo delle città mesopotamiche per circa duemila anni. Gli Assiri e i Babilonesi continuarono a costruirne, sempre più grandi. L'idea di un edificio sacro alto, con una scala e un tempio in cima, ha influenzato la memoria collettiva e probabilmente anche il racconto della Torre di Babele.

Ha lasciato tracce nel linguaggio e nell'architettura: dalle torri a gradoni dell'antico Iran alle piramidi dell'America centrale, spesso paragonate alle ziggurat, anche se le due tradizioni non hanno alcun legame diretto. Nel Novecento anche l'architettura dei grattacieli ha preso in prestito la forma a gradoni.

Per gli archeologi la ziggurat di Ur è una fonte importante: i mattoni con il nome del re, le fondazioni e le tavolette trovate nei dintorni hanno permesso di datare con precisione un periodo cruciale, quello della Terza dinastia di Ur, e di conoscere l'organizzazione dei templi.

Persone e luoghi chiave

Persone

Ur-Nammu
Re di Ur (circa 2112-2095 a.C.), fondatore della Terza dinastia. Costruì la ziggurat e promosse il più antico codice di leggi conosciuto.
Nanna (Sin)
Dio Luna dei Sumeri, protettore di Ur. Il suo tempio in cima alla ziggurat era la sua casa sulla terra.
Leonard Woolley
Archeologo britannico che scavò Ur dal 1922 al 1934 e ricostruì l'aspetto della ziggurat.
Ennigaldi-Nanna
Figlia del re Nabonide e sacerdotessa a Ur nel VI secolo a.C.; secondo alcuni studiosi curava il più antico museo conosciuto.

Luoghi

Ur (Iraq meridionale)
Antica città sumera, oggi nel deserto vicino a Nassiriya, con la ziggurat ricostruita in parte.
Babilonia (Iraq)
Città dove sorgeva l'Etemenanki, la ziggurat più alta, associata alla Torre di Babele.
Nippur (Iraq)
Città santa con un'altra grande ziggurat dedicata al dio Enlil.

Da sapere

  • Su molti mattoni cotti della ziggurat c'è il timbro del re Ur-Nammu: come un «marchio di fabbrica» di 4.100 anni fa.
  • Alla gente comune era vietato salire sulla ziggurat: la cima era riservata ai sacerdoti.
  • Il nome sumero della ziggurat, Etemennigur, si traduce «casa il cui fondamento fa tremare».
  • Secondo Woolley, accanto alla ziggurat c'era un piccolo museo di oggetti antichi con cartellini in tre lingue; l'idea è ancora discussa.
  • Nel 2021 papa Francesco visitò le rovine di Ur, ricordata dalla tradizione come città di Abramo.

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